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GREENWASHING: La falsa promessa delle catene di abbigliamento fast fashion.

Recentemente e non, alcune delle più grandi aziende nell'industria dell'abbigliamento sono state accusate di Greenwashing. Ci si può difendere da questa pratica illegale! Scopriamo come.

Vestiti appessi

La sostenibilità sta diventando di tendenza e molti consumatori hanno cominciato ad interessarsi a questo tema. Per questa ragione le grandi aziende di abbigliamento, volendo stare al passo ed offrire ai propri clienti prodotti competitivi, hanno deciso di seguire questa moda. Tuttavia, spesso, non sono intenzionate a cambiare veramente il loro processo di produzione e i loro materiali. Ecco perchè molte di queste aziende hanno deciso di attuare una strategia di Greenwashing. Prima di poter sviluppare una difesa contro questo tipo di comportamento ingannevole che mira ad confondere il consumatore è necessario capirne meccanismo e il suo funzionamento.


Greenwashing

Il Greenwashing è un neologismo composto dalle parole green (ecologico) e whitewash (insabbiare, nascondere qualcosa). Questo termine indica una strategia di comunicazione il cui scopo è quello di creare una immagine falsamente positiva di una azienda sotto il profilo ambientale, per distogliere l'attenzione da altre dinamiche aziendali molto meno eco-friendly.

Si confonde quindi il consumatore, stimolando il suo senso civico e facendogli credere che ciò che sta acquistando sia in qualche modo realizzato in maniera sostenibile o che non danneggi l'ambiente. La realtà è ben diversa: nessuna catena di abbigliamento fast fashion può veramente definirsi eco-friendly.


Fast Fashion

Con il termine Fast Fashion, coniato dal New York Times nel 1989, si intende la capacità di produrre capi d'abbigliamento velocemente e ad un costo ridotto. L'obbiettivo è quello di rendere accessibile a tutti la moda delle passerelle.

Basandosi solamente sulla definizione questa sembrerebbe essere una procedura auspicabile. Questi brand sono infatti in grado di garantire 52 collezioni, una per ogni settimana dell'anno, invece che le solite due (primavera/estate e autunno/inverno).

Donna con occhiali e buste shopping

Tuttavia i lati negativi della fast fashion sono innumerevoli.

Tra i primi troviamo l'utilizzo eccessivo di risorse per la creazione di un numero sempre maggiore di capi. Questo tipo di industria, da un rapporto della commissione europea, è responsabile del 20% dello spreco globale d’acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica, oltre a produrre più gas serra di tutti gli spostamenti aerei e navali di tutto il mondo. Inoltre non viene favorita la qualità dei tessuti che sono per lo più composti da fibre sintetiche. Esse non solo, non sono adatte alla nostra pelle, ma sono pensate per essere ''usa e getta'' proprio per incentivare questo tipo di modello economico che produce ogni anno a livello mondiale 100 miliardi di capi di abbigliamento. Si calcola che raggiungeremo entro il 2030 i 102 miliardi.

Inoltre, come è possibile immaginare, a pagarne il prezzo saranno i lavoratori. Per poter garantire un cartellino così basso, queste aziende spostano la loro produzione in paesi come India, Cambogia o Bangladesh, dove non solo le regolamentazioni lavorative scarseggiano o sono inesistenti, permettendo uno sfruttamento dei lavoratori, ma anche le norme in materia di smaltimento dei rifiuti lasciano molto a desiderare.

Tra i marchi di moda fast fashion più famosi troviamo Zara, H&M, Primark, Peacocks, Topshop, Mango, Forever 21, SHEIN, Pull&Bear, Oysho, Boohoo, e Bershka, ma ce ne sono moltissimi altri. Tanti di questi sono stati accusati di Greenwashing.


Qualche inidizio


Ci sono diversi segnali che ci possono far capire se le aziende stanno praticando greenwashing:

  • Affermano che una produzione è ecologica mostrando solamente una serie di qualità o prodotti e nascondendo il resto;

  • Rilasciano "collezioni consapevoli" ma non forniscono dati o cifre a sostegno delle loro affermazioni. Inoltre l'attenzione viene per lo più attirata su questa linea, quasi sempre equivalente a meno del 10% della produzione, per continuare a trarre profitto da beni prodotti in gran parte in maniera insostenibile;

  • Dichiarano l'impegno dell'azienda per la protezione dell'ambiente senza alcuna prova che lo dimostri;

  • Utilizzano etichette o frasi non verificate senza un vero significato, come per esempio 100% verde;

  • Rilasciano numerose dichiarazioni di marketing a scopo di lucro commerciale come "acquista e salva il pianeta" o "vesti bene e proteggi l'ambiente".

Donna che cammina con buste di carta

Evitare di essere ingannati

  • Una azienda che definisce il suo prodotto puro, naturale, rispettoso dell'ambiente, ecocompatibile, organico, verde, a basso impatto ambientale, vegetale etc ma che non può effettivamente dimostrarlo, nasconde sicuramente qualcosa. Inoltre ricorda che parole come vegan e naturale non sono assolutamente sinonimo di sostenibilità come ho spiegato nel mio articolo https://www.valeryappletree.com/post/ecosostenibile-eco-friendly-organic-biologico-cosa-significano .

  • Cerca prove a sostegno sui siti web delle aziende. Puoi sempre ottenere maggiori informazioni andando su Google e cercando i prodotti.

  • Quando si acquistano capi d'abbigliamento, è bene sapere quali standard di certificazione sono rilevanti per testimoniare l'eco-compatibilità dei vestiti.

Nel nostro piccolo possiamo fare la differenza

“A meno che l’industria della moda non esca da questa traiettoria di sfornare miliardi di vestiti ogni anno realizzati con fibre economiche di bassa qualità e interrompa la sua dipendenza dalle fibre sintetiche, allora non saremo in grado di far fronte al relativo disastro ecologico”, ha detto Urska Trunk della ONG Changing Markets Foundation.

Ci sono diversi modi per combattere pratiche come il greenwashing e la produzione fast fashion. Sicuramente tra i primi consigli che possiamo seguire c'è quello di non acquistare dai marchi di moda fast fashion, non incentivando così una produzione accelerata con bassi standard ambientali.

La quantità inoltre dovrà essere sostituita dalla qualità. Un capo di qualità elevata durerà infatti molto più rispetto ad un capo ''usa e getta'', realizzato con fibre sintetiche.

L'obbiettivo globale dovrebbe essere quello di rallentare radicalmente l'attuale produzione e create una economia circolare dei tessuti per garantirne il massimo riutilizzo.


E questa rivoluzione parte anche da te...

 

Se vuoi approfondire l'argomento ci sono diversi documentari che trattano l'argomento:

  1. The True Cost

  2. Udita (Arise)

  3. From Sex Worker to Seamstress: The High Cost of Cheap Clothes

  4. Fashion Factories Undercover (Investigative Documentary) | Real Stories

  5. River Blue

  6. Textile Mountain

  7. Unravel

  8. The Next Black

 

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